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Nome: Video Puntozero
Nata nel 2001, l’Associazione Culturale Punto Zero ha lo scopo di dar vita ad un festival incentrato sul concetto di cinema indipendente. La prima edizione di questo festival (Videopuntozero) si tiene a Torino nel 2001 e immediatamente l’associazione si apre a temi nuovi: media, tecnologie, new media art, video arte e sperimentazioni digitali, live show con videoproiezioni, mixer e computer, vjing, videoinstallazioni, performance multimediali… Nel corso degli anni Videopuntozero acquisisce le caratteristiche di un vero laboratorio di sperimentazione e conoscenza che nel corso delle sue cinque edizioni coinvolge numerosissimi artisti di ogni tipo e estrazione. Attraversa anche fasi di stasi data l'intensità dei percorsi personali dei singoli componenti. Attualmente VPZ è attiva sul fronte della produzione di cortometraggi e si occupa di visual art e videoinstallazioni, nella maggior parte dei casi in occasioni di manifestazioni illegali o semi-legali. Questo blog ha lo scopo di documentare i vari fronti delle attività di VPZ e di segnalare i suoi spostamenti. E' aperto, come tutte le attività di VPZ, ad ogni sorta di collaborazione. Creato con il contributo di Dropoutexperience.com
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sabato, 30 maggio 2009

NUOVO CINEMA VALIUM

La prima rubrica organica di VPZ è dedicata al cinema e alle sue soglie. La dedichiamo anche ad un noto narcotico venduto legalmente da anni nelle farmacie. Infatti una delle soglie che più facilmente si raggiunge con il cinema è quella del sonno. Se siete stati costretti alla passione per il cinema dall’insonnia, questa rubrica contiene nuovi stimoli per raggiungere albe ancora in bianco e nero e visioni eccentriche e rare.

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sabato, 30 maggio 2009

I WAS A TEENAGE ZABBADOING

di Carl Andersen,

(Austria 1988, 16 mm. B/N 56' circa)

Aka Vampiros Sexos

 I Was a Teenage Zabbadoing

Conosciamo questo film grazie alla fanzine milanese Gorezilla, di Max Della Mora. Costava duemila lire + la mille per il francobollo. Era battuta a macchina e fotocopiata. Le fanzine erano l’unico mezzo per avere accesso a quella filmografia "altra" completamente cassata dalla distribuzione italiana e dalle televisioni, di Stato o private. Le maratone notturne di Enrico Ghezzi, con "Fuori Orario" hanno costituito l’unica fonte di film alternativi, oltre ai festival e a qualche rara distribuzione indipendente. Ghezzi avrà i suoi meriti, ma è solo attraverso le fanzines in fotocopia che film come questo potevano ottenere qualche visibilità. I WAS A TEENAGE ZABBADOING è tuttora impossibile da sdoganare persino per Ghezzi: è un porno horror strettamente amatoriale, un’accatastarsi di situazioni occasionali, d’inseguimenti, di scene hard core senza molto appeal e di esplosioni di violenza grafica dal taglio adolescenziale e umoristico. Vampiri dallo spazio assatanati dal sesso vengono contrastati senza troppo successo da una coppia di sbirri, in queste due righe c’è l’unico riassunto possibile della trama, del resto già contenuto nell'interminabile titolo d'apertura: I Was A Teenage Zabbadoing And The Incredible Lusty Dust-Whip From Outer Space Conquers The Earth Versus The 3 Psychedelic Stooges Of Dr. Fun Helsing And Fighting Against Surf-Vampires And Sex-Nazis And Have Troubles With This Endless Titillation Title.

I Was a Teenage Zabbadoing7

 Di provenienza austriaca, è un 16 mm. in bianco e nero, con una colonna sonora autoctona post-punk e new wave (Model D’Oo). Si può iscrivere in quell’ "avanguardia" anarco-punk che unisce exploitation, cultura pop, pretese artistiche, ambienti underground e degrado, che trova il suo vero guru in John Waters, e in cui mettiamo (per capirci) Nick Zedd o Jorg Buttgereit.

I Was a Teenage Zabbadoing1

Andersen si distingue per un piglio molto meno serio e più divertito. I WAS A TEENAGE ZABBADOING è l’allegra kermesse dell’amatore che non ha ancora le briglie e che si fa guidare dai feticci cinematografici che ha ereditato dalla sua privata tradizione. Così il film ci ha sempre spaesato per la sua disinvolta allegria da cazzoni che lo aveva generato e la tristezza che in realtà suscita. L’umorismo è forse austriaco e la presenza della rock star underground austriaca Ronnie Urini probabilmente offre un valore aggiunto, ma al di fuori dei confini geografici e culturali dell’Austria quello che si offre alla comprensione fa ridere solo perché è goffo. Nello stesso tempo I WAS A TEENAGE ZABBADOING corrispondeva all’immagine che avremmo voluto che il cinema underground avesse: desideravamo infatti film anarchici, intransigenti, allo sbaraglio e pieni di situazioni e di vita, che pur essendo nichilisti non ci tritassero con l’ingenuo moralismo, lo stile finto avant-gard e l’imposizione del freak e del deviante (come il mutilato di guerra o il gravemente ustionato) come unica risposta agli orrori del mainstream. I WAS A TEENAGE ZABBADOING riesciva a distoglierci continuamente dalla necessità di una vera storia o di un qualche senso in virtù del suo infantile entusiasmo, oltre alla volontà concreta d’infrangere delle barriere, tanto tipica di questo genere sotterraneo da diventare il suo principale e indispensabile cliché.

I Was a Teenage Zabbadoing11

Andersen ha poi concretizzato in altri film più curati la sua tendenza. Il successivo MONDO WEIRDO (1990) è costruito sullo stesso registro anarchico, sugli stessi vouyerismi e rimandi, ma è meno improvvisato, meno scanzonato. In KILLING MOM (1994) prende una piega insolita, si tratta di un film parlatissimo che sembra avere come contenuti principali il conflitto genitori figli e la libertà sessuale. I titoli successivi ci sono sfuggiti, ma evocano un percorso coerente e sicuramente interessante.

L’erede italiano di questa particolare frangia, che operando nell’oscurità ha creato una piccola cinematografia negativa, è senz’altro il bolognese SS Sunda, l’autore di FLESH DOLL OPERETTA, in cui i contenuti sessuali e l’estetica del degrado si sposano con la satira politica e le inevitabili contaminazioni della commedia all’italiana. Carl Andersen e SS Sunda fanno parte di quella schiera non molto nutrita, anzi piuttosto denutrita, di filmaker storditi dall’immaginario cinematografico, che hanno trasformato in un’icona da sputtanare in un rituale satanista. Gli elementi in comune sono numerosi: la marcata sessualizzazione delle situazioni, ma sempre in chiave deviata, sgradevole o anti-estetica, la destrutturazione del racconto, l’evidente occasionalità degli spunti, la fattura artigianale che diventa occasione di celebrare anche il degrado formale dell’opera, l’esaltazione del reietto nella prospettiva nichilista dell’impossibilità della redenzione, la volgarizzazione e l’effetto shock, la depressione suscitata inevitabilmente dall’accumularsi di scorie e visioni negative, gli orientamenti musicali che attraversano varie sperimentazioni (il noise, il punk, ecc…).

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Benché molti di questi stilemi o codici estetici siano in parte stati assimilati al mainstream questo genere di opere verrà generato sempre. E’ la risposta apocalittica, sgradevole e ilare di filmaker spesso molto giovani, alle prese con una visione fisiologica del mondo, che il mondo preferisce perlopiù ignorare.

VPZ3

sabato, 30 maggio 2009

LOT IN SODOM

Di James Sibley Watson & Melville Webber

(USA 1932, B/N dur.27’)

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Non hanno certo scelto a caso, Watson e Webber, optando per la trasposizione cinematografica di un controverso episodio biblico. Si era nel 1932 e la società americana non aveva ancora messo in atto il Codice Hayes che, entrato in vigore un anno dopo l’uscita di questa gemma, l’avrebbe senz’altro criminalizzata e censurata per i suoi espliciti contenuti sessuali, apertamente omo. La storia di Lot e del suo intenso soggiorno a Sodoma, risoltasi in un tentativo di stupro collettivo e in una Nagasaki ante litteram, si prestava a letture che enfatizzassero la violenza paradossale, l’etica contorta e insostenibile e la dirompente carica pornografica di un mito biblico scaturito direttamente dall’inferno della nostra preistoria culturale.

La storia (Genesi 19) fa parte del patrimonio collettivo: Lot incontra sulla via due angeli e li ospita a casa sua. Gli abitanti di Sodoma vogliono a tutti a costi "conoscere" gli angeli. Lot, in cambio delle piume dei suoi ospiti, offre alla marmaglia le sue due figlie, calcando la mano sul fatto che siano entrambe vergini. I sodomiti rifiutano schifati il doppio bocconcino, provocando l’intervento degli angeli che permettono a Lot e alla sua famiglia di fuggire – con un avvertimento: non girarsi a guardare per nessun motivo. La moglie di Lot si gira e viene trasformata in una statua di sale. I sodomiti muoiono arsi vivi dalla collera divina, vero modello operativo per le migliaia di roghi di omosessuali (reali, non mitologici) che si sono spenti solo alla fine del 1800 (dopo Cristo). Gli unici superstiti del massacro, Lot e le sue due figlie, si ritirano in una spelonca, probabilmente disillusi e in stato di shock post-traumatico, con l’inevitabile risultato di accoppiarsi tra loro in festini alcolici in cui Lot le feconda entrambe.

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Non era certo con sguardo da novizie che la coppia di registi americani si è accostata al racconto che è diventato il mito biblico della morale sessuale cristiana per eccellenza (l’esegesi ebraica è completamente diversa da quella cristiana, ha poco che fare con la sessualità, benché il racconto sia la stessa appetitosissima sequela di peccati). L’intento del duo Watson/Webber è esplicitamente iconoclasta, e noi cattolici possiamo godere dello splendido paradosso che uno dei primi (se non il primo) film d’arte smaccatamente gay della storia del cinema sia tratto di peso proprio dalla Bibbia. Ovviamente si tratta di un paradosso solo in apparenza.

Per motivi di economia la coppia Watson/Webber elimina le coppie bibliche: un solo angelo, una sola figlia. Il film si apre su una veduta area di Sodoma, un modellino destinato alle fiamme incorniciato da folgori divine annunciatrici di olocausti.

I sodomiti hanno corpi bellissimi, danzano e strisciano lascivi, abbandonano le vesti languidi e si adagiano nudi, si tendono agguati e si violentano a vicenda. La vita di Sodoma sembra un baccanale interminabile dai toni oscuri. Watson/Webber usano come scudo le ambigue contorsioni del mito biblico, reso dogmatico e sacrale dalla religione istituzionalizzata, per rivederlo in chiave gay. Il represso usa la repressione per esprimersi, e attraverso gli strumenti della repressione forse si esprime al meglio, perché è la repressione stessa ad aver creato il modello della sessualità deviata, ogni comportamento deviante, per descriversi, ha bisogno della repressione che lo ha creato. Nel 1932 era necessario tantissimo coraggio e una profonda convinzione nella forza delle proprie idee. Oggi, se non si è baciati dalla fortuna ed eletti dalle masse che vogliono sentirsi moderne, democratiche e tolleranti, idem.

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Il baccanale dei sodomiti non termina mai, a Sodoma è sempre notte. Le scenografie scarne e contorte sono ispirate ad un caligarismo semplificato e in chiave mediorientale. Entriamo nella casa di Lot, che legge la Torah. I tagli netti degli esterni e il forte contrasto bianco/nero si smorzano, arrivano i grigi. Tutto è lento e trasognato e la moglie e la figlia di Lot trasudano noia malinconica e sessualità repressa, sono ritratte in un’aurea di santità infelice perché inerte, come è inerte lo stesso Lot, che chiusa la Torah si mette a dormire. In effetti Lot è il lato debole del film, lo abbassa. Non è tanto per la questione posta da alcuni critici dell’antisemitismo implicito nella rappresentazione di Lot. Fuori dai pregiudizi razziali, sessuali e culturali è chiaro che un film come Lot in Sodom rivendica, pur in chiave iconoclasta, la potenza e l’immortalità del mito biblico. Anzi, data la visceralità e la preziosità estetica, Lot in Sodom è spiritualmente più vicino al testo sacro di quanto non lo siano i trattamenti hollywoodiani biblically-correct. Il personaggio di Lot però, e questo è indiscutibile, è proprio l’ebreo. La figura caricaturale dell’ebreo della propaganda anti-ebraica che ha dilagato fino a quando lo sterminio non si è praticamente concluso.

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Lot è l’ebreo descritto in film come Der Ewige Jude (1940), in cui gli ebrei sono equiparati ai ratti che portarono la peste in Europa nel medioevo. Naso prominente, barbetta, ricciolini, spalle curve, strisciante, pio, vigliacco, Lot, con la sua sola immagine fa cadere il film dalle altezze della libertà nera dei sodomiti alla prosa facile, al raccontino per le masse. Lo stereotipo dell’ebreo pio e vigliacco si presta talmente bene al racconto che è quasi inevitabile. Ma è proprio l’inevitabile che dovrebbe evitare un vero avanguardista. Qui poi ci si sono messi addirittura in due. Chi scrive non critica la scelta dei registi di aver utilizzato uno stereotipo per questioni etiche, ma estetiche. Il cinema è estetica e l’estetica viene compromessa dal ricorso di stereotipi come il negro in guanti bianchi che canta o il cinese col freesbie, i baffetti e il kimono arancione, robaccia vecchia, di facile consumo, mentre l’arte di Watson/Webber vorrebbe essere preziosa e rara.

L’ambiguità del mito biblico diventa l’ambiguità di Watson/Webber, ambiguità anche tecnica, anche estetica. Il film è decadente, post-espressionista e c’è un largo ricorso a immagini metaforiche. Lot incontra l’angelo (che veste una tunica nera) e cede la figlia ai sodomiti, i quali gli ridono in faccia. Lot allora si spande pateticamente nella difesa della donna, della fertilità e della maternità. Qui il film diventa qualcosa di ancora diverso, prende una strada particolarmente perversa e felice, perché sono moltissime e bellissime le immagini che ci raccontano questo. Di nuovo però ci troviamo di fronte ad un problema simile a quello posto dal personaggio di Lot: queste immagini sono tutte stereotipi: la porta del tempio, il serpente che vi scivola dentro, le colombe, i fiori che si aprono, le mani che si immergono nell’acqua. Il volto della figlia di Lot contratto dalla paura, ripetuti orgasmi, la preoccupazione, il dolore, il bambino.

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Si tratta di una serie quasi commovente, creata con effetti ottici calibratissimi e molto eleganti. Il duo bilancia la sfrontatezza della prima parte (quando Lot apre la porta, con un magistrale gioco d’ombre si staglia la sagoma di un cazzo enorme in erezione) con un inno alla vita e alla bellezza composto da immagini familiari e condivisibili. Sono morbidissime le linee del corpo della figlia di Lot, ripresa anche nuda, avvolta da un eros sfumato, latteo, privo dell’aggressività sadica dei sodomiti. La perversione sta nel tono lascivo con cui lo squallido Lot esalta questi valori, e il fatto che lo faccia per convincere degli uomini ad abusare della propria figlia in tacta. Il contrasto è ironico, ma la maschera di Lot e l’aderenza al testo riescono a deviare l’ironia delle intenzioni in un racconto simbolico che sembra fatto apposta per essere preso alla lettera.

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Il film si conclude in fretta. Sara, la moglie di Lot, viene trasformata in un artistico monolito di sale dall’occhio vendicativo di un Dio più feroce di Stalin, attraverso diverse dissolvenze incrociate; lo stesso effetto che trasformerà in scheletro e poi in polvere tantissimi vampiri sconfitti nei film. Verrebbe da dire, malignamente, che Watson/Webber interpretano il cinema espressionista e le avanguardie europee da un’ottica americana, sposando subito la ricerca artistica con la pappa per le masse. Ignoreremo l’alta cultura della coppia e la loro cosciente volontà di irridere, di trasgredire al massimo grado mettendo in gioco nientemeno che la Bibbia. Aprono una strada che sarà battuta da molti altri grandi visionari, creando una forte controcultura di matrice omosessuale, che si è mossa silenziosa per anni a fianco del cinema mainstream, vincolato e soffocato da codici di censura statale o parastatale praticamente in tutto il pianeta.

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categoria:gay themed, lot in sodom, art film
sabato, 30 maggio 2009

VISITORS

Di Giulio Questi

(Italia, 2006/2007 – Video – 21’)

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Giulio Questi è una figura storica del cinema nazionale, che con Se Sei Vivo Spara (aka Oro Hondo, 1967) e La Morte ha fatto l’Uovo (1968) ha realizzato un paio d’indimenticabili cult movies. Unico regista italiano ad introdurre un montaggio sperimentale entro i generi cinematografici codificati (il western, il giallo), si allineava alle avanguardie europee di quegli anni che stavano svecchiando il linguaggio e si ponevano in antagonismo diretto con le produzioni commerciali. Il suo caso fu isolato e Questi ha sempre rivendicato in modo fierissimo la propria vocazione indipendente, rinunciando al cinema che pure amava perché intollerante verso i sistemi alienanti della produzione e l’impossibilità di avere un pieno controllo della propria opera.

Lavora per la televisione fino al ’92, ma dalla scena cinematografica Questi scompare. Torna nel 2002 a girare dei cortometraggi, e lo fa in modo assai peculiare: da solo, nel suo appartamento e con una semplice handycam.

Di nuovo Questi si presenta come un caso unico, ma coerente, di autore che in gioventù dirige film dalla distribuzione industriale con star internazionali come Tomas Milian, Jean-Louis Trintignant, Gina Lollobrigida, Lucia Bosé… e in età anziana gira dei cortometraggi nel proprio appartamento con una handycam amatoriale e un computer per il montaggio. E’ un percorso alla rovescia, che esalta l’autenticità e la purezza del desiderio creativo, che a volte riesce a vivere solo sottraendosi alle leggi del mercato e delle politiche che lo controllano.

Questi scrive dei racconti in cui interpreta giocoforza tutti i ruoli. La scarsità dei mezzi espressivi è una sfida che raccoglie con l’entusiasmo di un ragazzino per cui è sempre la prima volta. Ricerca le inquadrature una ad una, componendo il testo in modo certosino. Tutti i cortometraggi riescono ad essere peculiari e ad avere una distinta identità espressiva, ma solo in uno Giulio Questi sembra mettere in gioco, oltre alla propria persona fisica, anche la propria esperienza personale e i propri ricordi. Ed è emozionante questa resa dei conti con la memoria combattuta in un piccolo set domestico, con le incarnazioni di un profondo e doloroso conflitto interno. Questi ha fatto parte di bande partigiane, combattendo due anni sulle montagne. L’esperienza è rimasta indelebile, benché abbia rifiutato di trattarla in modo diretto attraverso un film sulla resistenza, anche se allucinati flash back irrompono in molte sequenze di Se Sei Vivo Spara. Visitors è il testo in cui prende posizione e insieme si accomiata rispetto ad un tema che dopo più di sessant’anni accende ancora dibattiti molto violenti

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I visitors sono combattenti "dell’altra parte", giovani fascisti che lui stesso ha ucciso con armi da fuoco. Si fanno introdurre da una e-mail in cui dichiarano di far parte dell’Associazione Nazionale Morti Ammazzati (A.N.M.A). Si aggirano poi nottetempo per la casa del loro ospite, senza arrecare troppo disturbo, ma facendosi molto notare. Indossano maschere che coprono corpi in disfacimento e anime congelate al momento della morte, quindi ancora oggi fasciste. Vengono da lui per avere un favore e offrono qualcosa in cambio.

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Giulio Questi materializza con la sua handycam fantasmi di giovani fascisti ammazzati e li recita con grande naturalezza, scrivendo linee di dialogo che nonostante la chiave surrealista e l’inevitabile "teatralità" danno un’incredibile sensazione di realismo. Sono agghiaccianti e insieme molto verosimili le scene in cui i revenants fascisti sfogliano libri fotografici con i soldati della Decima Mas e i morti impiccati da loro stessi. Riconoscono amici e conoscenti, riconoscono se stessi e le loro vittime. Dall’altro lato Questi interpreta un partigiano ancora duro e pieno di risentimento, ma interiormente a pezzi.

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Il video fa parte della raccolta inclusa nel doppio DVD BY GIULIO QUESTI. Ho avuto occasione di vederlo insieme a lui e ne ero stato molto turbato, ma non credo di averlo capito molto bene alla prima visione. Forse sono stato colpito più da fattori esterni formali che dal resto, come le maschere e i mascheroni che Questi usa per moltiplicare se stesso e interpretare da solo sia il partigiano che i revenants fascisti. Ho detto qualcosa di poco calzante, sul revisionismo e sulla volontà di cancellare la storia, e lui mi ha risposto dicendo che di quella storia non c’era nulla di cui andare orgogliosi. Alla retorica istituzionale a cui ormai si allineano destra e sinistra, riconoscendo in fondo legittimità a tutte le morti (e a tutti i crimini), Questi risponde con il cordoglio, il dolore e il desiderio che "ogni vaneggiamento sulla storia" finisca una volta per tutte, offrendo una risposta da lui stesso definita "biologica" ed "esistenziale". L’incandescenza del trattamento ha ingrandito il set domestico e l’improbabilità della messa in scena a dimensioni epiche.

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categoria:visitors, giulio questi
giovedì, 30 aprile 2009
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venerdì, 13 marzo 2009

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PILLOPLEX___eLeKtRo-MiNiMaL LaPtOp sEt
(uNtRaVeLlEd GrOuNd)

LANDRE_____eLeKtRo-MiNiMaL LiVe sEt

LUKA_______BrEaK BeAt Dj sEt

SYNTHELABO_eLeKtRo BrEaK LaPtOp sEt
(uNtRaVeLlEd GrOuNd)

PULSAR____TeKnO LiVe sEt

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Caffè TRITOLO Via Galiniè Avigliana (TO) zona industriale Ovest,uscita Avigliana Est autostrada Torino Bardonecchia A32.
GPS N 45.08790° E 7.38561°
sabato 11 aprile 2009 dalle ore 22.00
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sabato, 28 febbraio 2009

Death

In questo Paese sta diventando difficile morire. Sembra una prospettiva attraente, ma anche no. Magari quella che si prolunga non è proprio la vita, ma soltanto la vecchiaia. Magari, ancora peggio, è la durata della morte ad essere tirata per i capelli.

"Diritto alla vita" è un’espressione che ha lo schiacciante potere di un’inviolabile tautologia. E’ impossibile non battersi per il diritto alla vita. E il diritto alla vita ha un unico e scontato nemico: la morte.

Il potere del partito della vita (che è trasversale, infatti chi ha voglia di tirare le cuoia adesso alzi la mano) è così pressante che conviene morire di nascosto e all’estero.

Morire allo scoperto infatti è concepibile solo più in quegli Stati dove purtroppo la tensione morale è piuttosto blanda. In quegli Stati (arretrati spesso anche economicamente) morire non è altrettanto scandaloso come qui da noi, anzi è quasi normale, tanto da essere consentito liberamente anche ai molto giovani.

Noi siamo Europeiani, per gente al nostro grado di sviluppo morire è solo un’altra figura di merda, con tutto l’impegno non riusciamo a vederci proprio niente di interessante. Quindi, visto che a quanto pare non se ne può fare a meno, lo faremo di nascosto. E chi occupa una posizione è giusto che non lo faccia proprio per niente, per quanto possa costare sacrifici.

La psico-neuro-immuno-endocrinologia (PNIE) garantisce per ora un prolungamento della vita a centocinquanta anni. Al momento bisogna potersela permettere. Ma Silvio Berlusconi sta impegnando molti fondi per questo ramo della ricerca. Solo a qualche stronzo stalinista rompicoglioni verrebbe da chiedersi da dove provengano i soldi e chi abbia stabilito che fosse giusto così. E’ chiaro come la luce del sole che i benefici di questa ricerca ricadono su tutti. Berlusconi non solo ha spianato la strada ad uno dei rami più utili della scienza, ma si sta pure sottoponendo come cavia a tutti gli esperimenti.

Il privilegio di vedere la vita dei leader della nostra classe dirigente prolungata ad libitum purtroppo non ricadrà su di noi. Saranno i nostri figli ad avere la fortuna di poter contare su uomini dall’esperienza centenaria. I nostri figli, che forse conquisteranno una posizione stabile nel mercato del lavoro dopo l'età della pensione, saranno sottomessi a leader centenari ancora in grado di creare scompiglio nelle discoteche. La carriera di questi leader sarà in costante ascesa. E i loro nipoti già nei posti giusti, con una prospettiva di vita sempre più estesa.

 La gerontofilia è la prossima perversione di massa, torneremo a sposare le bambine con i vecchi, i ragazzi smaltiranno l’adolescenza cambiando pannoloni, sarà normale diventare celebri a livello mondiale a novant’anni, alcuni saranno addirittura congelati e tirati fuori solo più per votare, per dare perpetua stabilità al Paese.

E nessuno si potrà più opporre.

Quale Stato è più legittimato a far rispettare la sua autorità da tutti, se non quello che si fonda principalmente sul diritto alla vita? Cosa c’è di più etico e insieme razionale? Cosa vogliamo di più evoluto e democratico ancora?

E cosa c’è di più perverso e sbagliato delle violentissime aggressioni perpetuate da quei cittadini che si battono per il diritto alla morte? Perché, per quanto risuoni assurdo a parole, è proprio così: dove lo stesso Stato sposa fino in fondo la causa del diritto alla vita, i cittadini combattono le loro battaglie civili per il diritto alla morte.

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Immagine tratta da Discussion on Death,

di Alessandro Amaducci, proprietà dell'Autore

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lunedì, 16 febbraio 2009

L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo / L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo

L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo / L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo

 

La storia ci insegna e l’hanno dimostrato

Che l’uomo è pigro se non è motivato

Le grandi scoperte e le rivoluzioni

Son tutte il frutto di calci nei coglioni

Diritti dell’uomo son tutte stronzate

Se non sono difesi a suon di legnate

Il solenne proclama non scuote l’idiota

La massa si muove se ha la pancia vuota

  

L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo / L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo

L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo / L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo

 

Chiunque ti dice di porgere l’altra guancia

Di certo ha già riempito la sua pancia

Lo dice anche il prete per tenerci buoni

Ma all’occasione benedirà i cannoni

Contro la fame e la difterite

Non servono un cazzo le Nazioni Unite

L’unica forma di impegno civile

Può essere svolta imbracciando un fucile

 

L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo / L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo

L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo / L’uomo e’ una macchina che va a calci in culo

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da Scrotomanzia, Fucktotum, l'ultima spiaggia del punk

http://www.myspace.com/fucktotum666

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venerdì, 21 novembre 2008

Sabato 22 novembre al cinema Greenwich 1, in via Po Torino, alle 20,30, verrà proiettato il film documentario di Daniele Gaglianone RATA NECE BITI (LA GUERRA NON CI SARA')

Girato in Bosnia, ideato e prodotto dalla Babydoc Film con la collaborazione di Gianluca Arcopinto, torna sui luoghi della guerra dove il tempo sembra esserci fermato. Il massacro di Srebrenica, la Drina, il fiume di Aziz, ex-combattente bosniaco scampato all'eccidio; Tuzla, dove all'International Commision of Missing Persons si conservano i resti riesumati dalle fosse comuni; Sarajevo, in cui Zoran cammina sognando una città scomparsa insieme alla sua infanzia... e Lukavika, la Sarajevo "serba" dove ancora ribolle il nazionalismo...

Selezionato alla 61a edizione del Festival di Locarno.

RATA NECE BITI

http://www.babydocfilm.it/


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giovedì, 20 novembre 2008

THE DIABOLIKAL SUPERKRIMINAL

KILLING cover

di SS-Sunda

Documentario

Italia 2007 - 70’

Agli inizi degli anni ’60 un delitto avvenuto a Torino infiammò l’immaginazione del paese, anche perché l’assassino, rimasto impunito, spronò le forze dell’ordine ad acciuffarlo, proprio come Jack the Ripper quasi ottant’anni prima a Londra. E proprio come Jack, la lettera di sfida conteneva una firma che sarebbe passata alla storia: Diabolich. Qualche anno dopo le sorelle Giussani sostituirono una K e crearono uno dei personaggi più longevi della fantasia italiana. Dalla fortuna di Diabolik nacquero negli anni seguenti una pletora di emulatori, dalle alterne fortune. Dal panorama fumettistico si distinse per la scelta del fotoromanzo e per l’audacia dei testi e delle immagini KILLING, ormai negli anni divenuto personaggio di culto. Parte da qui SS-Sunda, nel suo documentario visto all’ottava edizione del ToHorrorFilmFest, nell’analizzare il personaggio e il milieu che lo ha generato in questo breve viaggio di squisito gusto camp nella rivoluzione dei costumi sessuali italiani degli anni del boom, tra le ansie, i pruriti, le aspettative di un popolo piccolo con una immaginazione grande. Attraverso le interviste agli autori, ai fotografi, agli attori di questa memorabile testata, si conosce l’ambiente borderline del fotoromanzo di genere, con la sua speciale coreografia di personaggi. E il metodo tutto cinematografico di realizzazione, che contribuisce ancora di più alla mitizzazione dell’artigianato italiano dell’immagine. La storia mutilata dell’uscita in edicola di KILLING poi racconta molto più del Bel Paese di una serie televisiva di Sergio Zavoli. Alternate alle parti di vera documentazione, le scene di fiction ricreate ad arte, mantengono tutto il sapore di un cinema di idee semplici, e dimostrano quanto la mancanza di budget per alcuni autori abbia il dono di spostare sempre più in là il limite della realizzazione. E in SS-Sunda questa mancanza di limiti tratteggia i contorni di un talento che ci donerà sicuramente molte altre emozioni. Il gusto per lo sberleffo, che avevamo già apprezzato in FLESH DOLL OPERETTA, proiettato durante l’ultima edizione di VideoPuntoZero, non gli impedisce di catturare i modi e tempi dei suoi protagonisti e trattarli con autentico affetto, il che fa di THE DIABOLIKAL SUPERKRIMINAL un omaggio irriverente ma più che mai sentito ai tempi gloriosi della creatività imbelle.

Dunque ecco ancora la bravura di SS-Sunda: di essere andato a scovare un piccolo gioiello, averlo lucidato e levigato. E di averlo offerto a noi, che probabilmente non lo capiremo mai.

VPZ4

postato da: 0speed alle ore 20:30 | Link | commenti
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