LOT IN SODOM
Di James Sibley Watson & Melville Webber
(USA 1932, B/N dur.27’)

Non hanno certo scelto a caso, Watson e Webber, optando per la trasposizione cinematografica di un controverso episodio biblico. Si era nel 1932 e la società americana non aveva ancora messo in atto il Codice Hayes che, entrato in vigore un anno dopo l’uscita di questa gemma, l’avrebbe senz’altro criminalizzata e censurata per i suoi espliciti contenuti sessuali, apertamente omo. La storia di Lot e del suo intenso soggiorno a Sodoma, risoltasi in un tentativo di stupro collettivo e in una Nagasaki ante litteram, si prestava a letture che enfatizzassero la violenza paradossale, l’etica contorta e insostenibile e la dirompente carica pornografica di un mito biblico scaturito direttamente dall’inferno della nostra preistoria culturale.
La storia (Genesi 19) fa parte del patrimonio collettivo: Lot incontra sulla via due angeli e li ospita a casa sua. Gli abitanti di Sodoma vogliono a tutti a costi "conoscere" gli angeli. Lot, in cambio delle piume dei suoi ospiti, offre alla marmaglia le sue due figlie, calcando la mano sul fatto che siano entrambe vergini. I sodomiti rifiutano schifati il doppio bocconcino, provocando l’intervento degli angeli che permettono a Lot e alla sua famiglia di fuggire – con un avvertimento: non girarsi a guardare per nessun motivo. La moglie di Lot si gira e viene trasformata in una statua di sale. I sodomiti muoiono arsi vivi dalla collera divina, vero modello operativo per le migliaia di roghi di omosessuali (reali, non mitologici) che si sono spenti solo alla fine del 1800 (dopo Cristo). Gli unici superstiti del massacro, Lot e le sue due figlie, si ritirano in una spelonca, probabilmente disillusi e in stato di shock post-traumatico, con l’inevitabile risultato di accoppiarsi tra loro in festini alcolici in cui Lot le feconda entrambe.

Non era certo con sguardo da novizie che la coppia di registi americani si è accostata al racconto che è diventato il mito biblico della morale sessuale cristiana per eccellenza (l’esegesi ebraica è completamente diversa da quella cristiana, ha poco che fare con la sessualità, benché il racconto sia la stessa appetitosissima sequela di peccati). L’intento del duo Watson/Webber è esplicitamente iconoclasta, e noi cattolici possiamo godere dello splendido paradosso che uno dei primi (se non il primo) film d’arte smaccatamente gay della storia del cinema sia tratto di peso proprio dalla Bibbia. Ovviamente si tratta di un paradosso solo in apparenza.
Per motivi di economia la coppia Watson/Webber elimina le coppie bibliche: un solo angelo, una sola figlia. Il film si apre su una veduta area di Sodoma, un modellino destinato alle fiamme incorniciato da folgori divine annunciatrici di olocausti.
I sodomiti hanno corpi bellissimi, danzano e strisciano lascivi, abbandonano le vesti languidi e si adagiano nudi, si tendono agguati e si violentano a vicenda. La vita di Sodoma sembra un baccanale interminabile dai toni oscuri. Watson/Webber usano come scudo le ambigue contorsioni del mito biblico, reso dogmatico e sacrale dalla religione istituzionalizzata, per rivederlo in chiave gay. Il represso usa la repressione per esprimersi, e attraverso gli strumenti della repressione forse si esprime al meglio, perché è la repressione stessa ad aver creato il modello della sessualità deviata, ogni comportamento deviante, per descriversi, ha bisogno della repressione che lo ha creato. Nel 1932 era necessario tantissimo coraggio e una profonda convinzione nella forza delle proprie idee. Oggi, se non si è baciati dalla fortuna ed eletti dalle masse che vogliono sentirsi moderne, democratiche e tolleranti, idem.

Il baccanale dei sodomiti non termina mai, a Sodoma è sempre notte. Le scenografie scarne e contorte sono ispirate ad un caligarismo semplificato e in chiave mediorientale. Entriamo nella casa di Lot, che legge la Torah. I tagli netti degli esterni e il forte contrasto bianco/nero si smorzano, arrivano i grigi. Tutto è lento e trasognato e la moglie e la figlia di Lot trasudano noia malinconica e sessualità repressa, sono ritratte in un’aurea di santità infelice perché inerte, come è inerte lo stesso Lot, che chiusa la Torah si mette a dormire. In effetti Lot è il lato debole del film, lo abbassa. Non è tanto per la questione posta da alcuni critici dell’antisemitismo implicito nella rappresentazione di Lot. Fuori dai pregiudizi razziali, sessuali e culturali è chiaro che un film come Lot in Sodom rivendica, pur in chiave iconoclasta, la potenza e l’immortalità del mito biblico. Anzi, data la visceralità e la preziosità estetica, Lot in Sodom è spiritualmente più vicino al testo sacro di quanto non lo siano i trattamenti hollywoodiani biblically-correct. Il personaggio di Lot però, e questo è indiscutibile, è proprio l’ebreo. La figura caricaturale dell’ebreo della propaganda anti-ebraica che ha dilagato fino a quando lo sterminio non si è praticamente concluso.

Lot è l’ebreo descritto in film come Der Ewige Jude (1940), in cui gli ebrei sono equiparati ai ratti che portarono la peste in Europa nel medioevo. Naso prominente, barbetta, ricciolini, spalle curve, strisciante, pio, vigliacco, Lot, con la sua sola immagine fa cadere il film dalle altezze della libertà nera dei sodomiti alla prosa facile, al raccontino per le masse. Lo stereotipo dell’ebreo pio e vigliacco si presta talmente bene al racconto che è quasi inevitabile. Ma è proprio l’inevitabile che dovrebbe evitare un vero avanguardista. Qui poi ci si sono messi addirittura in due. Chi scrive non critica la scelta dei registi di aver utilizzato uno stereotipo per questioni etiche, ma estetiche. Il cinema è estetica e l’estetica viene compromessa dal ricorso di stereotipi come il negro in guanti bianchi che canta o il cinese col freesbie, i baffetti e il kimono arancione, robaccia vecchia, di facile consumo, mentre l’arte di Watson/Webber vorrebbe essere preziosa e rara.
L’ambiguità del mito biblico diventa l’ambiguità di Watson/Webber, ambiguità anche tecnica, anche estetica. Il film è decadente, post-espressionista e c’è un largo ricorso a immagini metaforiche. Lot incontra l’angelo (che veste una tunica nera) e cede la figlia ai sodomiti, i quali gli ridono in faccia. Lot allora si spande pateticamente nella difesa della donna, della fertilità e della maternità. Qui il film diventa qualcosa di ancora diverso, prende una strada particolarmente perversa e felice, perché sono moltissime e bellissime le immagini che ci raccontano questo. Di nuovo però ci troviamo di fronte ad un problema simile a quello posto dal personaggio di Lot: queste immagini sono tutte stereotipi: la porta del tempio, il serpente che vi scivola dentro, le colombe, i fiori che si aprono, le mani che si immergono nell’acqua. Il volto della figlia di Lot contratto dalla paura, ripetuti orgasmi, la preoccupazione, il dolore, il bambino.

Si tratta di una serie quasi commovente, creata con effetti ottici calibratissimi e molto eleganti. Il duo bilancia la sfrontatezza della prima parte (quando Lot apre la porta, con un magistrale gioco d’ombre si staglia la sagoma di un cazzo enorme in erezione) con un inno alla vita e alla bellezza composto da immagini familiari e condivisibili. Sono morbidissime le linee del corpo della figlia di Lot, ripresa anche nuda, avvolta da un eros sfumato, latteo, privo dell’aggressività sadica dei sodomiti. La perversione sta nel tono lascivo con cui lo squallido Lot esalta questi valori, e il fatto che lo faccia per convincere degli uomini ad abusare della propria figlia in tacta. Il contrasto è ironico, ma la maschera di Lot e l’aderenza al testo riescono a deviare l’ironia delle intenzioni in un racconto simbolico che sembra fatto apposta per essere preso alla lettera.

Il film si conclude in fretta. Sara, la moglie di Lot, viene trasformata in un artistico monolito di sale dall’occhio vendicativo di un Dio più feroce di Stalin, attraverso diverse dissolvenze incrociate; lo stesso effetto che trasformerà in scheletro e poi in polvere tantissimi vampiri sconfitti nei film. Verrebbe da dire, malignamente, che Watson/Webber interpretano il cinema espressionista e le avanguardie europee da un’ottica americana, sposando subito la ricerca artistica con la pappa per le masse. Ignoreremo l’alta cultura della coppia e la loro cosciente volontà di irridere, di trasgredire al massimo grado mettendo in gioco nientemeno che la Bibbia. Aprono una strada che sarà battuta da molti altri grandi visionari, creando una forte controcultura di matrice omosessuale, che si è mossa silenziosa per anni a fianco del cinema mainstream, vincolato e soffocato da codici di censura statale o parastatale praticamente in tutto il pianeta.
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